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lunedì 01 dicembre 2008
Condividere la tavola con gli immigrati: la proposta del vescovo per l'Avvento

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Invitare a casa a Natale o in una delle domeniche del tempo di Avvento ( il tempo liturgico di preparazione al Natale che si è aperto ieri) uno degli immigrati ospiti delle strutture di accoglienza del nostro territorio. E’ la proposta contenuta nella lettera pastorale “L’albero si riconosce dal frutto. La cultura dell’accoglienza, nome nuovo della carità” che il vescovo Francesco Micciché ha consegnato alla comunità ecclesiale sabato sera nel corso della Veglia di Avvento che si è celebrata in tutti i paesi della diocesi di Trapani.

“La presenza, nel nostro territorio, di immigrati giunti in Italia attraverso i tragici ‘viaggi della speranza’ nel Canale di Sicilia in attesa di completare le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiati politici, ha creato nell’opinione pubblica un’onda di sentimenti contrastanti – scrive il vescovo - In quest’anno pastorale dedicato all’approfondimento della carità nella-della cultura, non potevamo non lasciarci interrogare da questa emergenza sociale per un discernimento alla luce del Vangelo. La sfida dell’interculturalità ci impone una conoscenza dell’altro che appartiene alla dimensione dei valori, della moralità. La cultura è vita e la vita si nutre di pensiero, un pensiero che muove la volontà e ci fa crescere nel dono meraviglioso della sapienza”. “Non ci può esser accoglienza dell’altro – dice in un altro passo la Lettera Pastorale - se non siamo capaci di accogliere noi stessi di accettarci nelle nostre fragilità, nei nostri limiti, nelle nostre miserie morali. Conoscerci meglio per accettarci e migliorarci è un’impresa ardua, ma non impossibile È proprio degli uomini forti avere coscienza di sé, vedersi nella verità, buttare giù la maschera dell’ipocrisia, della falsità camuffata da perbenismo. Accogliere noi stessi è accogliere Dio nella nostra vita poiché senza Dio, senza il suo amore creante e sanante noi non saremmo, non vivremmo.”

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“La fragilità – continua il vescovo - è un valore da riscoprire in un’epoca che considera valore solo la forza che impone e reprime ed esalta l’efficientismo in maniera esasperata. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la depressione, male oscuro che investe una fetta consistente dell’odierna società. La paura di crescere, di investire sulle nostre potenzialità, di rischiare, di vivere è sempre in agguato lì dove latita la cultura della vita” “Servire non è un semplice assistere, ma è prendersi cura, caricarsi dei problemi dell’altro, condividere, compatire, portare insieme la croce, promuovere l’altro nella sua dignità nativa, conoscendone i talenti e le capacità, valutandone i risvolti positivi Bisogna stare dentro i problemi per comprenderli e affrontarli con fantasia e amore. Da lontano tutto può apparire sbiadito, provocare curiosità ma non muovere nulla per cercare possibili soluzioni ai problemi. Domenico Barrilà usa un’immagine suggestiva per chiarire il nostro rapporto con lo straniero: il telescopio. Se guardo le cose a distanza con il telescopio tutto mi appare misterioso, bellissimo. Mi incuriosisce e mi affascina. Nei salotti bene come nelle sacrestie della nostre chiese è come se guardassimo con il telescopio i tanti paesi della terra dove si soffre la fame, si muore per un semplice raffreddore. Ci commuoviamo, ne parliamo con passione, programmiamo serate di beneficenza e crediamo in tal modo di aver fatto il nostro dovere. Bisogna abbandonare il telescopio se si vuole trovare la pazienza di avvicinarsi, possibilmente senza pregiudizi per capire e, se proprio si vuole, per imparare cose sorprendenti. Ciò vale soprattutto per gli stranieri che approdano sulle nostre coste. Le lenti del telescopio possono tradire, fino ad annullare le differenze tra un pacco di biscotti e una persona. E’ quello che purtroppo si è verificato di recente a Milano, dove un padre e un figlio baristi hanno ucciso a bastonate un diciannovenne originario del Burkina Faso che aveva rubato dei biscotti.

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Accogliere, invece, è il modo bello di vivere le differenze, di vedere negli altri non potenziali nemici. Come i pastori richiamati dagli angeli accorsero alla grotta dove trovarono Gesù con Maria e Giuseppe e con cuore generoso portarono loro dei doni, anche noi siamo chiamati a portare i nostri doni. Ma il dono più bello sarebbe quello di avere una delle domeniche di Avvento o anche il giorno di Natale uno o più ospiti di Villa Nazaret commensali nelle nostre case. Chiedo l’impossibile? Gesù è vivo e presente in mezzo a noi e ci chiede di accoglierlo. Non facciamo del Natale solo poesia, ma viviamolo nella realtà dell’oggi che ci interpella e ci responsabilizza con l’immane tragedia della miseria che colpisce milioni e milioni di vite umane.”

 
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