Giovani e lavoro: farcela Ŕ possibile
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venerdý 24 ottobre 2008
L'intervento del vescovo all'affollato forum sulla promozione del lavoro giovanile

 

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“Questi giovani – risorsa! e non problema – sono chiamati a farsi avanti a patto che il mondo degli adulti lo permetta: faccia un passo indietro e dia loro la possibilità di sognare, di progettare, di scommettersi, anche di sbagliare. E’ in questa prospettiva che la speranza, l’utopia cristiana che nasce dalla Parola rivelata: “Crescete, moltiplicatevi, dominate la terra” può trovare il modo compiuto di esprimere le enormi potenzialità che il Creatore ha posto dentro l’uomo, dotandolo di intelligenza, di volontà, di cuore. E i giovani sono intelligenza che chiede, interroga, pungola la società: in un certo senso la inquieta perché è intelligenza che s’apre alla vita, una vita che non può essere imbrigliata da regole non dettate dal valore che ogni altro valore racchiude: la libertà. Il giovane è tale se è libero e di libertà parla il suo corpo in ebollizione, di libertà parla la sua mente proiettata nel futuro dove sogni, gioie, paure si mescolano insieme e in un divenire vulcanico trovano il modo di esprimersi così come vediamo nel quotidiano. Potremmo non essere d’accordo su alcuni loro comportamenti troppo disinibiti, sugli sbandamenti, le devianze, sui fenomeni di bullismo, di disprezzo della vita, sulla ricerca di emozioni forti che li portano a rischiare la vita sulle strade, nei luoghi di aggregazione dove l’alcol e la droga – ultima spiaggia – si consumano a fiumi. Noi vogliamo pensare ai giovani come un valore aggiunto della società. Questo progetto elaborato, voluto, sostenuto da alcune realtà del nostro territorio particolarmente attente al futuro dei giovani sarebbe un progetto vuoto, di mera esibizione, se non portasse ad un risultato pratico: la ricerca e l’approfondimento sui giovani portata avanti dai giovani se si ferma solo all’analisi e non diventa denuncia innanzitutto del male pervasivo che demolisce ogni prospettiva e insieme profezia di speranza e proposta rimarrebbe qualcosa di sterile, di inutile. Sarebbe ancora una volta un modo accademico, sia pur nobile, di affrontare il problema, ma non aggredirebbe le cause del disagio, della mancanza di prospettive e di futuro. Avremmo anche noi giocato, come spesso fanno altre realtà, sul destino dei giovani. C’è un altro termine su cui i lavori di questo progetto sono stati impostati e domani continueranno nella sessione che si terrà a Palermo: il lavoro. Il lavoro sta all’uomo come l’anima sta al corpo: un uomo privo di lavoro è come un corpo privo d’anima: quindi è cadavere. Dare lavoro, offrire possibilità di lavoro, dare spazio alla creatività, sostenere la capacità imprenditoriale è la sfida e la scommessa di questa felice iniziativa.

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E’ necessario un cambiamento di mentalità, un nuovo modo di pensare: è la cultura del lavoro che deve farsi strada in ciascuno di noi. Il lavoro – qualunque lavoro – anche il più umile - se è fatto con passione, con amore, con professionalità prima ancora di giovare agli altri giova alla realizzazione di noi stessi. Chi non entra in questa logica è un ladro; chi non si pone sulla strada del lavoro onesto, nella legalità, prima o poi paga il fio di questo suo modo di essere che purtroppo nella nostra Sicilia ha non pochi adepti nell’intricato mondo della mafia e del malaffare. Acquisire la cultura del lavoro è creare le condizioni perché il lavoro ci sia e sia un lavoro ricco di professionalità, propulsore di innovazione e sviluppo anche nelle piccole cose. Esso richiede impegno, costanza, fatica, compresa la fatica dello studio e della formazione permanente. In un contesto di emergenza educativa qual è quello che oggi viviamo, si leva forte un grido di dolore: siamo in grado di recuperare la dignità perduta come educatori e testimoni della verità, come alunni desiderosi del sapere, come agenzie educative, scuola, famiglia, civica amministrazione, tessuto imprenditoriale, chiesa? Con un sussulto di dignità siamo chiamati ad uscire dall’empasse o peggio dal pantano in cui siamo miseramente caduti. L’emergenza educativa è anche figlia del clientelismo, del lavoro dato dal potente di turno. Abbiamo bruciato intere generazioni con leggi populiste che non hanno aiutato i giovani a darsi una scossa: anzi ne hanno addormentato le coscienze e diseducati all’impegno e al miglioramento di se-stessi. E veniamo al dunque: chi deve rischiare? Tutti coloro i quali hanno a cuore il bene grande dei giovani e della società. Abbiamo il dovere morale di fare il possibile e l’impossibile perché questo miracolo avvenga: che il giovane si conosca e conoscendosi sia in grado di incanalarsi nell’alveo di un progetto di lavoro che lo realizzi e lo renda utile alla società tutta. La parola d’ordine diventi: promozione. La promozione è un termine positivo, propositivo, carico di speranza, di futuro di dignità riconosciuta, apprezzata, valorizzata. L’assistenzialismo è parodìa della carità: è un modo subdolo di ostentare benevolenza. Il dibattito su “giovani e lavoro” deve necessariamente sfociare in un imperativo categorico: promuovere cultura del lavoro promuovendo possibilità di lavoro: solo così promuoveremo i giovani! Una scelta contro-corrente viene portata avanti dalla nostra Caritas diocesana da circa un decennio attraverso una rete di servizi ordinati dai centri d’ascolto parrocchiali, osservatori privilegiati delle povertà da cui sono nati progetti mirati offrendo possibilità concrete di lavoro che restituiscono dignità a tante persone diversamente destinate a dipendere dalla carità-assistenza delle parrocchie e degli enti locali o a delinquere per sbarcare il lunario. La rete di cooperative che vedono impegnati operatori pastorali, giovani del servizio civile, presbiteri, parrocchie in uno sforzo congiunto di promozione del lavoro mi convince sempre più che è possibile farcela: è possibile superare lo stallo di un sistema bloccante che viene alimentato dal disfattismo di chi, sconsolato, si arrende. Con testardaggine noi ci abbiamo creduto e nella strada della promozione umana intendiamo spenderci ancora. C’è spazio per tutti quelli che vogliano unirsi in questa cordata di solidarietà umana dove l’unica condizione richiesta è questa: snidarsi dal quieto vivere, non aver paura di osare. Per essere ancora più concreti: Banca e Centro Studi “Don Rizzo”, Diocesi di Trapani, Associazione Amici dell’Università Cattolica, Centro Arrupe, Arcidiocesi di Palermo, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, siamo capaci di uscire dal limbo delle parole e di accogliere le sfide attuali nel segno dell’innovazione e della realtà produttiva? Se si: poniamoci intorno ad un tavolo e diamo un segnale forte, uno, ma che ci sia. Non dare alcun segnale in questo senso sarebbe un modo – ancora una volta – per dire ai giovani “abbiamo parlato di voi, ci dispiace del vostro stato ma non c’è niente da fare”: un modo anch’esso elegante per mettere una pietra tombale sulle speranze dei nostri ragazzi. Personalmente dico il mio “no” a questa conclusione perché credo nel terzo giorno della pietra ribaltata del sepolcro e in quel messaggio dell’angelo che attraversa i millenni e arriva fino a noi: “E’ risorto, non è qui”. E’ questa la risurrezione “concreta”, “visibile”, “sperimentabile” che crediamo oggi: creare condizioni perché il lavoro non sia una chimera, un lusso per i più fortunati o raccomandati ma un diritto-dovere di ogni giovane che si apre alla vita. Con questa scommessa e questa proposta chiudiamo il forum di oggi ponendoci tutti insieme al servizio di una solidarietà concreta.” forum_tavolo.jpg