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Le quattro "A" del nuovo anno pastorale PDF Stampa E-mail
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mercoled́ 31 agosto 2011
Si è concluso ad Erice il Convegno Ecclesiale diocesano

 Ascoltare, accogliere, assumere, accompagnare: le 4 “A” del nuovo anno pastorale della Diocesi

Una canzone di Giorgio Gaber diventa l’inno del Convegno Ecclesiale dedicato ad Erice

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Ascoltare, accogliere, assumere, accompagnare: sono la quattro “A” con cui la Diocesi di Trapani inizia l’alfabeto del nuovo anno pastorale che quest’annno, nell’ambito di un percorso triennale già iniziato, sarà dedicato ai giovani. A riassumere nelle sue conclusioni il lavoro svolto dai circa 300 operatori pastorali che hanno partecipato al convegno è stato stamattina il vescovo Francesco Miccichè che ha iniziato la sua relazione in modo inusuale facendo ascoltare ai presenti una canzone di Giorgio Gaber, “non insegnate ai bambini”. Quindi ha letto una preghiera che un giovane gli ha fatto arrivare per mail che ha voluto condividere “Signore, fa che comprendano che i giovani ne sanno molto più di loro e hanno molte più cose da dire di tante bocche vecchie e stantie. Fa’ che affrontino i loro problemi piuttosto che quelli dei giovani, dato che proprio perché giovani non hanno problemi se non quelli che gli adulti scaricano loro addosso.

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 Fa’ che imparino dai giovani come educare i giovani. Fa’ che si smetta con la bieca ipocrisia di chi proietta tutto il proprio male di vivere su menti innocenti e pure. Fa’ che si smetta di parlare della formazione dei giovani, che si scopra il seme nuovo della loro idealità, che si stia loro accanto perché tanta idealità si trasformi in sana concretezza e non in insana follia! Per tutto questo ti prego, o Signore: scanzatini e libberatini!” “A me pare che oggi c’è una domanda inconscia che il mondo pone alla Chiesa e quindi a noi credenti: “restituiteci voi la speranza! – ha affermato il vescovo - Lì dove sembra tutto franare miseramente sotto i colpi di un diffuso malessere, alimentato da una ingiustizia che ha radici nell’egoismo umano elevato a sistema, ci salva solo la riscoperta di un’umanità contrassegnata da un ordine superiore risalente a Dio creatore da cui discende la nativa dignità di ogni uomo e donna “creati a immagine e somiglianza di Dio” (cfr Gen 1,27), al di là del colore della pelle, delle caratteristiche somatiche, della lingua, degli usi, dei costumi, delle latitudini della terra in cui vivono. Olocausto, sotto altra forma trova anche nel nostro tempo dei seguaci, dei sostenitori che, pur nel distinguo, non si scostano molto da quel diabolico principio ispiratore. C’è un olocausto che si ripete oggi in quell’ospedale di Tripoli, al centro di una guerra civile. È un’altra camera dell’inferno che si apre davanti a noi, dietro l’angolo, oltre il Mare Mediterraneo: è un ospedale gremito di feriti, di persone agonizzanti, preso di mira dalla morsa della ferocia fratricida, fatto facile bersaglio anche da fratelli ed amici. Tutto questo accade ancora oggi nell’era del progresso tecnologico, oggi si continua a morire vittime dell’odio, soli, come nei secoli bui del passato. Il lamento dei moribondi ha fatto fatica ad essere ascoltato, nessuno ha risposto alle grida e ai pianti.

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Penso ancora a tutte le forme di schiavitù più o meno larvate che persistono anche nel nostro mondo cosiddetto libero: la schiavitù di chi per far valere un suo diritto deve ricorrere al potente di turno, la schiavitù del bisogno, la schiavitù di chi deve soccombere ai dictat del malaffare organizzato, da noi tristemente connotato dal marchio infame della mafia, se vuole salva la vita, la schiavitù di chi non ha la possibilità di studiare, di avere un lavoro dignitoso, di fruire di una casa degna. A queste schiavitù se ne aggiungono altre che sono frutto di una cultura dello sfascio morale in cui versa l’umanità: la schiavitù del sesso, della droga, dell’alcool, del gioco d’azzardo.Davanti a questo scenario desolante il cristiano non può essere né indignato, né rassegnato. Sono caratteristiche che non si addicono ai vari discepoli del Signore Gesù. Ne viene di conseguenza la necessità di re-imparare ad ascoltare. Ecco il primo verbo, la prima parola chiave che nel cammino pastorale della nostra Chiesa, in quest’anno che ci accingiamo ad iniziare, deve starci sommamente a cuore: Ascoltare. È questa la parola d’ordine, il filo conduttore di tutta l’azione pastorale che intendiamo portare avanti. Un ascolto attento, umile, paziente, rispettoso dei tempi e delle sensibilità delle persone, simpatico e non saccente, solidale, non episodico, ma costante, discreto e non invasivo.Bisogna imparare ad ascoltare l’interlocutore, capirne il linguaggio e le esigenze, i dubbi e gli errori che abitano nel suo cuore e nella sua mente, prima di cercare di aiutarlo a fare un po’ di chiarezza. La capacità di ascoltare i nostri giovani richiede da parte nostra una ritrovata capacità, una robusta volontà di saper amare che non è scontata, ma che va coltivata e richiesta come dono nella preghiera a Dio. La pastorale è una questione di amore, tutto il cristianesimo si fonda sull’amore ed è l’amore la molla che ci fa andare verso l’altro, ci fa essere prossimo di ogni uomo, ci rende solidali, compagni di cammino di ogni uomo e donna, piccoli e grandi, che incontriamo sulla nostra strada. Il secondo verbo è accogliere. L’accoglienza è la premessa di ogni azione pastorale capace di incidere nel tessuto vitale delle persone. I giovani dopo la recezione dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana fuggono dalle nostre comunità. Ci sarebbe da chiederci: ma perché fuggono? La risposta con molta probabilità potrebbe essere questa: perché non si sentono accolti, perché si sentono giudicati, perché non si dà loro spazio, perché non sono tenuti nella dovuta e debita considerazione, perché non hanno voce nella Chiesa. I giovani in genere non sono accomodanti, sono esigenti, disturbano la quiete del mondo adulto, sono un po’ rompiscatole, ma è vero anche che i giovani sono i primi a cogliere le novità, hanno le giuste antenne per captare i disagi e le problematiche che il mondo degli adulti fa difficoltà a percepire.I giovani vanno visti, pertanto, non come problema, ma risorsa e, in quanto tali, accolti. L’accoglienza dice compromissione.

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Il terzo verbo è assumere. Assumere è far propri, scoprire e quindi valorizzare le ricchezze di cui i giovani sono portatori. Le grandi rivoluzioni della storia hanno visto i giovani sempre in prima fila e da protagonisti. Anche ai nostri giorni vediamo come la primavera della democrazia nei paesi che si affacciano nel Mediterraneo hanno i giovani come protagonisti primari e sono essi che pagano pesantemente le conseguenze di una repressione portata avanti da dittature sanguinarie, fortemente radicate in quegli stati. Senza l’apporto determinante dei giovani si ferma l’economia, non c’è programmazione che regga, non c’è sviluppo che possa affermarsi.Assumere quanto si agita nel mondo giovanile, passandolo al vaglio dell’esperienza del passato e compiendo un attento discernimento, fa parte del dovere di una pastorale che non si cala dall’alto, ma che parte dalla base, dalla conoscenza vera della realtà giovanile. Il loto è un fiore che sboccia in terreno fangoso, lì dove non ci avremmo scommesso un centesimo. Nei luoghi e nelle situazioni, che in un’ottica umana sembrerebbero destinati alla rovina e nella impossibilità di potere esprimere un sia pur minimo desiderio di bene, ci può essere un fiore di loto che cresce e dà senso alla speranza. In fondo non tutto è perduto e non bisogna mai disperare di poter trarre anche dalle situazioni più amare degli spunti di bene. I giovani oggi non accettano più l’autorità, vogliono l’autorevolezza di chi si pone accanto a loro ed è l’autorevolezza dell’educatore, accompagnatore pastorale discreto, amabile, leale, autentico, preparato che fa la differenza. Chi si dispone a fare l’educatore deve necessariamente educarsi ad esserlo. Si richiede da parte dell’educatore una forte dose di umiltà, farsi discepolo, coltivare un senso profondo della propria fragilità, avere un desiderio di conversione permanente. Il quarto verbo è accompagnare. Accompagnare è darsi la mano, entrare in un rapporto di amicizia sincera, di vero rispetto, di attenzione non interessata all’altro. Al giovane l’educatore vero deve dare fiducia e portarlo passo passo alla scoperta del suo mondo interiore, deve saper dosare gli interventi, non entrare a gamba tesa nel suo mondo interiore, deve stare alla porta e saper attendere che sia il giovane ad aprirla. Bisogna uscire dal presupposto che le nostre sicurezze non sono dei dogmi da imporre e che anche noi adulti abbiamo bisogno di cambiare, di convertirci. Si tratta di offrire un aiuto, di fare una proposta, di tendere la mano, ma mai di imporre, di forzare i tempi, di pretendere. La coercizione è figlia della presunzione. Il dialogo non è un monologo, necessita che via sia un “io” che parli e un “tu” che ascolti, non è mai a senso unico e richiede la reciprocità. Se parla sempre uno, se si pone in cattedra, se si crede depositario unico della verità non c’è dialogo che regga, tutt’al più vi può essere scontro muro a muro, senza alcuna possibilità d’intesa, simile al dialogo tra sordi.”

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Quindi il Convegno Ecclesiale si è conclusa con la celebrazione eucaristica con il ringraziamento alla Vergine Maria nella festa della Madonna di Custonaci, e una grande torta augurale con la presenza del vescovo eletto di Acireale mons. Antonino Raspanti.

 
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