Buongiorno, vorrei porre una domanda sulla festa di Calatafimi.
Ho assistito a questa festa più di trenta anni fa. Ho visto dei video dove, come per i nostri Misteri, sacro e profano viaggiano affiancati e separati da una sottilissima linea di demarcazione.
Forse la mia considerazione potrebbe essere un poco provocatoria ma nasce da una domanda vera.
Per i misteri vige il divieto di “vutate” collegato ai tanti inchini che venivano fatti ai “vari boss” in occasione di feste o processioni religiose. Addirittura per San Francesco di Paola, per un omaggio pirotecnico in Corso Vittorio Emanuele di è scomodata la Digos.
Ho visto in alcuni video sfilare una sorta di maestranza con abito nero, camicia bianca, cappello nero e …. lupara in spalla. Abito che per antonomasia è legato al “mafioso”.
Quale è qui la posizione? Come viene considerata questa sfilata?
Io, personalmente, nonostante la tradizione vedo più legato ad un retaggio mafioso questo sfilare che una “vutata” trapanese.
Non prendete questa domanda come una critica sterile ma come un modo per capire. Grazie
Antonio, Trapani
La domanda è legittima e merita una risposta serena. Oggi, inevitabilmente, alcuni elementi esteriori – come l’abito scuro o il fucile portato in spalla – possono suscitare, soprattutto in chi non conosce la storia della Maestranza, richiami a immagini legate alla criminalità organizzata. Tuttavia, dal punto di vista storico, questa lettura non trova riscontro nelle origini dell’istituzione.
La Maestranza di Calatafimi affonda le proprie radici nelle antiche corporazioni degli artigiani che, fin dal XVI secolo, oltre a promuovere la vita religiosa e la solidarietà tra gli associati, erano chiamate dalle autorità cittadine a svolgere funzioni di vigilanza, di difesa del territorio e di mantenimento dell’ordine pubblico. Costituivano la “Milizia urbana”, alle dipendenze dell’autorità civile, garantendo la sicurezza della comunità nei momenti di pericolo e rendendo gli onori in occasione delle visite delle autorità.
Nel corso del tempo la Maestranza divenne anche guardia d’onore del Santissimo Sacramento, accompagnandone le solenni processioni e presentando le armi al suo passaggio quale gesto di omaggio e di riverenza. Parallelamente consolidò un profondo legame di fede e di devozione con il SS. Crocifisso, al quale continua a rendere gli onori durante le celebrazioni religiose. Il fucile, al pari delle alabarde degli ufficiali, appartiene a questo linguaggio simbolico e cerimoniale, che trae origine da una funzione civile e religiosa ben documentata e non da richiami alla cultura mafiosa.
Diverso è il caso delle “vutate”. Il problema non è l’inchino in sé, ma il significato che esso ha assunto in molti contesti, dove è stato utilizzato come atto di deferenza nei confronti di esponenti della criminalità organizzata. Per questo la Chiesa ne ha chiesto il superamento: non perché ogni inchino sia mafioso, ma perché quel gesto è stato oggettivamente compromesso da un uso distorto.
Le due situazioni, quindi, non sono perfettamente sovrapponibili: una riguarda una tradizione nata con un preciso significato storico, civile e religioso; l’altra un gesto che, in tempi recenti, è stato talvolta strumentalizzato dalla cultura mafiosa.
Proprio per questo è importante conoscere la storia prima di formulare un giudizio. Al tempo stesso, ogni tradizione è chiamata a custodire il proprio autentico significato, interrogandosi continuamente sul linguaggio dei suoi simboli, affinché essi continuino a parlare al cuore delle persone e non si prestino a interpretazioni incompatibili con i valori del Vangelo.
Don Giuseppe Bruccoleri
parroco della Parrocchia di San Pietro a Trapani originario di Calatafimi
